Vantaggi e Svantaggi della Specializzazione
Tutte le aziende esistenti sono sicuramente brave a fare qualcosa. Con una sorta di selezione naturale, chi non è in grado di soddisfare i bisogni o le aspettative dei clienti, chiude. Esse producono beni e/o erogano servizi in base al settore in cui si trovano, alle caratteristiche ed ai bisogni dei propri clienti/consumatori.
Prendiamo ad esempio una qualsiasi di queste aziende: seppur vanti nel proprio catalogo differenti prodotti o servizi, uno sicuramente è quello a cui punta maggiormente. Si è in pratica specializzata nella produzione di uno specifico prodotto/servizio a cui punta per almeno l’80% delle sue vendite, mentre ha inserito nel tempo, sulla base delle richieste e modifiche del mercato altri prodotti o servizi , ma che tendono a risultare sempre di supporto a quello principale.
Altre volte ci sono aziende che producono o rivendono “di tutto un po” ed in questo caso trovare un vero e proprio prodotto “principe” non è facile, e spesso è rappresentato da quello che genera maggiori margini economici.
Qual’è la differenza fondamentale tra le due aziende? Nella seconda non esiste specializzazione.
Il De Mauro definisce la Specializzazione come:
Particolare preparazione e competenza specifica in un settore, in una disciplina, che consente di ottenere una particolare competenza in un ambito specifico.
A questo proposito una azienda specializzata in una determinata attività sarà molto più efficiente rispetto a chi fa un po di tutto.
D’altronde la specializzazione più avvenire anche per queste ultime, attraverso la suddivisione di attività in sottogruppi e rami aziendali.
La specializzazione porta inoltre a creare migliorie costanti con una conseguente riduzione del tempo ed un aumento di qualità.
Io ho elencato alcuni dei possibili vantaggi che può portare la specializzazione all’interno di un’azienda: ma possono nascere anche degli svantaggi da tutto questo?



Credo che si tratti di un problema di dimensione e di budget.
Parlando delle aziende specializzate la prima cosa che mi viene in mente sono quelle che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi; sono le piccole e medie aziende che diffondono nel mondo il made in Italy di altissima qualità. Sono quelle che producono scarpe, abbigliamento di alta moda e Prêt-à-porter, prodotti alimentari di nicchia come la mozzarella (che spopola negli USA) o i formaggi, biancheria per la casa, ecc… Sono sicuramente un esempio di successo durevole.
Io credo che se l’azienda è piccola sia molto focalizzata nel mantenere il massimo livello di qualità dei propri prodotti e nell’interpretare le preferenze dei clienti e della moda; ha troppe poche risorse per tentare l’avventura in nuovi settori. Quello richiede studi accurati e investimenti iniziali molto elevati, dal risultato incerto. Per cui specializzazione è l’unica via di sopravvivenza..
Di diversa natura è il made in Italy di fascia alta, dove l’industria (di industria si parla) risente di più della stagnazione del mercato e dell’invecchiamento dei prodotti. Qui però il fatturato ha qualche zero in più e gli investimenti nell’innovazione sono possibili, anzi, doverosi. E’ così che le grandi aziende dell’abbigliamento prestano il loro marchio ai profumi, quelle automobilistiche si spingono verso il settore dell’abbigliamento e così via.
A me però resta il dubbio se questa diversificazione porti loro un reale beneficio o se stavano meglio prima. Vale la pena per una casa automobilistica dal nome mitico buttarsi per esempio nel mercato dell’abbigliamento dove le posizioni di eccellenza sono già state conquistate da tempo immemorabile? Se lo stesso sforzo l’avessero indirizzato a fare quello che sanno fare meglio in modo innovativo, avrebbero avuto un ritorno maggiore o minore?
Se invece si esce dall’Italia e si alza lo sguardo verso le realtà multinazionali (dove le cifre dei bilanci non stanno più nei fogli excel), allora la diversificazione è la norma, si pensi alla Bayer o la 3M o Procter & Gamble. Il mercato di un solo prodotto non basta per aziende di quella dimensione, lì devono per forza espandersi su settori merceologici differenti.
sono d’accordo con te quando parli delle aziende che dovrebbero concentrarsi maggiormente sulla loro attività principale e non divagare troppo su altro, tuttavia, se tali attività le consideriamo come strategie di marketing integrato vero e proprio, allora queste cambiano il senso.
Pensa a tutti i gadget Fiat, dalle magliette ai portachiavi, passando dalle cinture ed orologi: essi risultano attività complementari all’attività principale, tuttavia generano una sorta di comunità fedele alla marca. Avere la maglietta Fiat è anche un segno di fedeltà alla marca (magari nelle persone questa fedeltà non è legato tanto al brand ma al fatto che è una azienda italiana e sono fieri di “indossare” la marca). Cosa ne pensi?